LEGGE ELETTORALE / STABILITÀ/ECONOMIA /FINANZA

In questi giorni si riparla di legge elettorale, qualcuno dirà: e quando mai, che noia. Io dico il contrario, perché credo e lo dico da sempre che l’attuale legge elettorale è la causa di molti dei mali presenti nel nostro sistema. Che motivo ha di esistere questa legge? Risponderei, la sindrome della stabilità.
Fino a che punto la stabilità è un bene? Facendo discorsi terra terra, perché non sono un politologo ma un uomo della strada, dividerei il problema in due aspetti: quello economico e quello finanziario.
Non c’è dubbio che la stabilità è premiata dai mercati e questo governo pur non avendo fatto nulla è premiato dai mercati.
Ma sull’economia? Governi che sono comunque composti da anime diverse ma stanno in piedi per anni, come ci riescono? Probabilmente, semplicemente non facendo nulla, perché nulla possono fare se non gestire la quotidianità.
Sono andato quindi a rivedermi la storia d’Italia, per promemoria, perché io l’ho vissuta. Vediamolo assieme.
Prima Repubblica: governi a getto continuo
Dall’inizio della Repubblica italiana si sono susseguiti in media quasi un governo all’anno, anche se in teoria la durata naturale dovrebbe essere di 5 anni, come quella delle Camere.
Durante la Prima Repubblica, la frammentazione dei partiti e le frequenti crisi di governo portarono a esecutivi di breve durata, spesso frutto di compromessi instabili.
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I governi più brevi in assoluto (tutti della Prima Repubblica)
Il governo più breve in assoluto fu l’Andreotti I, che non ottenne la fiducia del Senato e fu costretto a dimettersi dopo soli 9 giorni (152 voti a favore, 158 contrari).
I governi Andreotti V e Fanfani VI sono a pari merito con 11 giorni.
Il Fanfani I durò appena 22 giorni — il più breve tra quelli che ottennero effettivamente la fiducia. Il De Gasperi VIII sopravvisse appena 32 giorni, mentre nel 1982 il secondo mandato di Spadolini si concluse dopo 100 giorni esatti.
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Perché duravano così poco?
Il sistema elettorale proporzionale favoriva la proliferazione dei partiti e rendeva necessarie coalizioni fragili. Dal 1948 al 1992 i governi erano instabili, ma i governanti no: l’instabilità degli esecutivi era almeno in parte compensata dalla continuità delle stesse figure politiche e degli stessi partiti, rimasti a lungo al potere in un sistema bloccato dall’impossibilità di alternanza.
In pratica cadeva il governo, ma tornava quasi sempre la stessa DC con gli stessi uomini — Andreotti, Fanfani, Moro, Rumor — a rimescolare le carte. Un po’ come un caleidoscopio che cambia forma ma usa sempre gli stessi pezzi.
Una statistica decennio per decennio precisa al giorno non è stata calcolata ufficialmente in modo sistematico, ma incrociando i dati disponibili il quadro è abbastanza chiaro:
Nella Prima Repubblica, dal 1948 al 1993, i governi furono 47 con una durata media inferiore ai dodici mesi. I decenni più instabili furono gli anni ’70: dodici governi in dieci anni, con crisi petrolifera, terrorismo e il travagliato “compromesso storico” tra DC e PCI. Gli anni ’80 sembrano migliori sulla carta, ma solo grazie a Craxi I (quasi 3 anni), che da solo “gonfia” la media — senza di lui, la media degli altri governi dello stesso decennio crolla sotto i 250 giorni.
Nel centrosinistra degli anni ’60, i governi guidati da Aldo Moro (1963–1968) avevano una durata media di circa 548 giorni, seguiti poi da una seconda fase con dieci governi e cinque presidenti del Consiglio con media di 278 giorni.
Dal 1948 al 1992 i governi erano instabili, ma i governanti no — l’instabilità degli esecutivi era compensata dalla continuità degli stessi partiti e spesso delle stesse figure politiche rimaste a lungo al potere. Insomma, cambiava il governo ma non chi lo faceva.
ADESSO VEDIAMO COME SI COMPORTAVA L’ECONOMIA IN QUEI TEMPI
Il dato più sorprendente che emerge dal confronto è che l’instabilità dei governi e la crescita del PIL nella Prima Repubblica non andavano affatto di pari passo — anzi, erano quasi inversamente correlate in senso positivo: più governi, più crescita.
Tra gli anni ’60 e i primi ’80 l’Italia ha avuto per la maggior parte del tempo una crescita superiore o uguale a quella di Francia e Paesi Bassi. Fino alla metà degli anni ’60 la maggiore crescita italiana derivava ancora dagli effetti del boom economico.
Il periodo 1950–1980 è stato quello di massima crescita del paese, e anche quello in cui le divergenze regionali tra Nord e Sud si sono ridotte drasticamente.
Poi la curva scende inesorabilmente. Nei decenni ’70–’80 la crescita economica è stata alimentata dalla crescita del deficit e del debito pubblico. Durante gli anni ’80 si nota l’inizio di una fase discendente che ha portato progressivamente i valori medi in campo negativo rispetto agli altri grandi paesi europei.
La crisi del 2008–2009 è stata uno “spartiacque” che ha interrotto la crescita quasi lineare del PIL dei decenni precedenti. Da allora il PIL reale è riuscito solo a superare di poco il valore del 2007, mentre recuperare la traiettoria di crescita passata sembra sempre più difficile — il PIL dovrebbe essere oggi circa 500 miliardi di euro più elevato.
In sintesi: i governi duravano poco, ma l’economia correva. Ora i governi durano di più, ma l’economia quasi non cresce.
Esaminiamo invece il problema finanziario e dobbiamo prima di tutto partire da un dato: all’epoca non esisteva lo Spread, per cui non possiamo rifarci a quel semplice numeretto come facciamo oggi. Vediamo alcuni dati.
Nel marzo 1991 sono stati emessi i primi BTP decennali — il titolo su cui si calcola oggi lo spread. Prima di allora non esisteva uno strumento paragonabile al Bund tedesco con cui misurare un differenziale.
Lo spread è salito all’altare delle cronache con la crisi europea del debito sovrano iniziata nel 2009. Prima era un concetto tecnico usato solo dagli addetti ai lavori.
Quindi negli anni ’60 e ’70, in senso stretto, lo spread BTP-Bund non si poteva calcolare. Ma la domanda vera è: l’Italia pagava un premio di rischio? E qui la risposta cambia completamente.
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Gli anni ’60: nessun problema, anzi. Negli anni ’60 il debito pubblico italiano era bassissimo — ampiamente sotto il 40% del PIL — e l’economia cresceva al +5,8% l’anno. Il debito pubblico non era ancora esploso, quindi non c’era ancora un’esagerazione di interessi da pagare. In quel contesto l’Italia era considerata un paese affidabile, e i tassi sui titoli di Stato erano allineati agli standard europei — non esisteva un “rischio Italia” percepito dai mercati.
Gli anni ’70: il vero punto di svolta
Qui le cose cambiano drasticamente. Il carovita vola dal 5,2% del 1972 al 19% del 1974, mantenendosi attorno al 15% fino alla fine del decennio, quando si impenna di nuovo fino a toccare uno spaventoso 21,7%.
In questo periodo va però sottolineato come i tassi reali fossero fortemente negativi grazie a una politica monetaria statunitense molto permissiva. Dal 1973 in poi si chiudono bilanci in pesante deficit, fino al 10%, più del triplo rispetto alle soglie di Maastricht.
Il paradosso è che il debito non esplodeva ancora, proprio perché l’inflazione altissima lo erodeva in termini reali: nel 1981 si trovava ancora al 60% del PIL.
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Il disastro vero arriva negli anni ’80
Con un’inflazione che non scende sotto il 10% fino al 1985, per trovare acquirenti di BOT e BTP il tasso medio dei titoli di Stato resta sempre a doppia cifra. Il mostro del debito diventa spaventoso: nel 1980 era appena sotto il 60%, ma dieci anni dopo è già volato al 100% del PIL.
Gli alti tassi reali hanno reso anno dopo anno sempre più oneroso il pagamento degli interessi, che sono stati coperti con l’emissione di nuovo debito in un circolo vizioso.
Ed è da questo momento in poi che inizia a formarsi un vero e proprio “rischio Italia” agli occhi dei mercati, che diventerà misurabile come spread solo nel 1991. L’introduzione dell’euro nel 1999 segnò una svolta: la moneta unica favorì una convergenza dei tassi tra i paesi europei, riducendo significativamente il costo del debito italiano durante gli anni 2000. Una tregua che durò però solo fino al 2009.
Cosa ne traiamo da questa storia? Niente, assolutamente niente. Solo che a volte gli spauracchi della stabilità, dei governi duraturi e compagnia bella, significano poco. L’importante è altro e ne parleremo nei prossimi giorni.
Ringrazio i temerari che sono arrivati fino alla fine: Matti!
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