
In matematica e in logica esiste un principio fondamentale: il principio del terzo escluso. Una proposizione è vera oppure falsa. Punto. Non c’è una terza possibilità.
Per molti anni anche la politica sembrava funzionare così: o di qua o di là, dentro un bipolarismo rigido che riduceva tutto a due poli contrapposti.
Ma la realtà, come spesso accade, ha iniziato a muoversi più velocemente delle categorie con cui provavamo a descriverla.
Sono nate nuove forze politiche, nuove sensibilità, nuove domande. Per alcuni sono state un limite, per altri un’opportunità. Di certo hanno mostrato che oggi non è più possibile ragionare solo in termini di due blocchi, soprattutto se — come ricordato all’evento Europeisti — dentro entrambi i poli convivono anche spinte populiste che rendono tutto più confuso.
E allora forse, proprio in politica, vale la pena “violare” il principio del terzo escluso.
Perché una terza via non è un errore logico: è uno spazio politico.
È la possibilità di rappresentare chi non si riconosce nei due poli tradizionali, chi cerca una visione diversa, chi non vuole scegliere tra due alternative che non sente proprie.
Se la logica non ammette un terzo valore, la democrazia invece lo richiede: pluralismo, complessità, alternative.
E forse proprio da qui può nascere una nuova proposta politica, capace di parlare a chi oggi non si sente più “contenuto” dal vecchio schema bipolare.
