
Da decenni la RAI rappresenta uno dei principali strumenti attraverso i quali lo Stato italiano entra nel mondo dell’informazione, della cultura e dell’intrattenimento. Ma una domanda, forse provocatoria, merita di essere posta: è davvero necessario che lo Stato sia proprietario di una grande azienda televisiva?
La questione non è semplicemente «RAI sì» o «RAI no». Il punto è capire quale debba essere, in una moderna democrazia liberale, il confine tra servizio pubblico e proprietà pubblica.
Il servizio pubblico può essere necessario. Garantire informazione, cultura, pluralismo, programmi educativi e una copertura capillare del territorio può rappresentare un interesse generale.
Ma questo significa necessariamente che debba essere lo Stato a possedere e gestire direttamente le reti televisive?
Non è detto.
Si potrebbe immaginare una riforma nella quale le attività propriamente commerciali vengano progressivamente affidate al mercato, mentre le funzioni considerate essenziali per la collettività vengano garantite attraverso un sistema di finanziamento pubblico trasparente e sottoposto a precise regole.
In altre parole: lo Stato potrebbe finanziare il servizio pubblico senza essere necessariamente proprietario dell’intera struttura che lo realizza.
Sarebbe possibile?
Non è una domanda semplice. Ci sono problemi economici, occupazionali, tecnologici e soprattutto legati al pluralismo dell’informazione. Una privatizzazione mal progettata potrebbe infatti creare nuovi problemi invece di risolverli.
Ma proprio per questo sarebbe utile discuterne seriamente, senza trasformare la RAI in un tema ideologico.
Da una prospettiva liberaldemocratica, la domanda fondamentale potrebbe essere un’altra:
quali attività devono necessariamente essere svolte dallo Stato e quali, invece, possono essere lasciate alla concorrenza?
Forse è arrivato il momento di porsi questa domanda anche per la RAI.
Non per decidere a priori di privatizzarla.
Ma per capire, con pragmatismo e senza tabù, se esista un modello migliore per garantire contemporaneamente libertà, pluralismo, qualità del servizio e concorrenza.
Perché in una democrazia liberale anche le istituzioni più consolidate dovrebbero poter essere messe in discussione.
Anche la RAI.
