REMIGRAZIONE: UNA PAROLA SPIACEVOLE ?

È un termine oggi molto in voga, quasi sembrasse nato all’improvviso; in realtà, il fenomeno che descrive è sempre esistito. Si parla di remigrazione quando una persona immigrata, dopo un certo periodo trascorso in un altro Paese, decide o è costretta a fare ritorno nella propria terra d’origine. “Fenomeno”, tuttavia, è una parola forse eccessiva: i casi non sono molti, perché, per quanto difficili possano essere le condizioni di vita e per quanto duro possa essere il trattamento ricevuto, spesso qui si riesce comunque a vivere meglio che nel Paese da cui si proviene.

Non è dunque questa la ragione per cui oggi il termine è tornato al centro del dibattito. Si può piuttosto osservare che, in alcuni progetti politici, esso sia stato recuperato — o riconiato — per sostituire una parola ben più scomoda e brutale: “deportazione”.

Il nodo della questione è che, intorno a questo tema, si fronteggiano due visioni ideologiche opposte, entrambe difficili, per me, da condividere o accettare.

Da un lato vi è una forma di buonismo superficiale, disposta ad accogliere indistintamente chiunque: tutta l’Africa, tutta l’Asia, magari anche una parte del Sudamerica. Tutto pare accettabile, purché il problema resti lontano dal proprio quartiere.

Dall’altro lato vi è chi vorrebbe rimandare nei Paesi d’origine tutti gli stranieri arrivati sul territorio italiano, senza distinguere storie, condizioni e responsabilità individuali.

In mezzo dovrebbe esserci la ragione, ma troppo spesso viene esercitata male. Essere contrari alla remigrazione intesa come principio assoluto non significa, di per sé, essere razzisti. Al contrario, può essere razzista pensare che chiunque sia nato in Africa o in Asia debba necessariamente venire qui per poter vivere. È razzista, o quantomeno profondamente paternalistico, immaginare che queste persone non preferirebbero restare nella terra in cui sono nate e cresciute, accanto alla propria gente, alle proprie abitudini, al proprio cibo e alla propria religione. Oggi, se qualcuno afferma “aiutiamoli a casa loro”, viene spesso accusato di razzismo; eppure, forse, è più razzista ritenere che ciò non sia possibile.

Resta poi la concretezza dei fatti: aiutare davvero queste persone nei loro Paesi richiederebbe un progetto serio, studiato a fondo, sostenuto da tempo, competenze e risorse economiche. Ma se non si comincia mai, nulla potrà mai cambiare.

Dunque, a mio avviso, nessuna delle due parti politiche che usano il tema dell’immigrazione come strumento di campagna elettorale coglie davvero il punto. Da una parte esiste una domanda di lavori manuali, faticosi o semplicemente poco desiderati, che molti italiani non svolgono più. I posti vacanti sono numerosi, sebbene diminuiscano anche perché, nel frattempo, molte aziende chiudono o si trasferiscono in Paesi dove è più facile reperire manodopera disponibile e dove i costi di produzione sono più bassi. Dall’altra parte vi sono circa 500.000 immigrati senza lavoro e senza permesso di soggiorno. A mio giudizio, questo dato va letto distinguendo almeno due situazioni diverse:

  • Vi sono persone capaci di lavorare e disponibili a farlo, ma che non possono essere assunte perché prive di un permesso di soggiorno. Perché non superare finalmente la Bossi-Fini e prevedere una norma semplice? se un immigrato dispone di un contratto di lavoro reale e a tempo indeterminato, gli venga concesso un permesso di lavoro provvisorio.  La sinistra, che spesso rivendica la propria vicinanza agli immigrati, non lo ha fatto; forse potrebbe farlo proprio il governo Meloni.
  • Il punto precedente serve però anche a far emergere un’altra parte del problema. So bene che questa osservazione potrà irritare molti amici di sinistra, soprattutto quelli che vivono nei quartieri più protetti della capitale e conoscono molto poco di ciò che accade nelle periferie e nelle province. Basta allontanarsi dai centri più agiati per imbattersi, ogni giorno, in testimonianze di furti, scippi, aggressioni, rapine e altri episodi di criminalità. Le cronache locali e le pagine social del territorio restituiscono un quadro che non può essere ignorato. In molti casi, secondo quanto riferito da chi vive quei luoghi, gli autori sono stranieri; e lo stesso vale per numerosi episodi legati allo spaccio.

Il punto non è difficile da comprendere: la criminalità esiste ovunque, ma se un Paese mostra il proprio benessere senza offrire percorsi legali, ordinati e credibili di integrazione, finisce per alimentare scorciatoie pericolose. Per chi vive nell’irregolarità, anche il lavoro rischia di diventare lavoro nero, malpagato e privo di tutele.

È allora necessario riconoscere che una parte di chi arriva attraverso gli sbarchi non cerca realmente un inserimento lavorativo, ma finisce per alimentare circuiti illegali. Questo, oltre a creare insicurezza, getta un’ombra ingiusta su tanti connazionali che vivono qui da anni, lavorano onestamente e rispettano le regole.

L’immigrazione, insomma, è diventata un ulteriore terreno di divisione. Ma è una divisione povera, spesso ideologica, incapace di distinguere tra chi cerca una possibilità, chi sfrutta il sistema e chi, da una parte o dall’altra, usa il tema soltanto per raccogliere consenso.

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